L’Europa deve diventare un porto sicuro per migranti e rifugiati

10 December 2020
L’Europa deve diventare un porto sicuro per migranti e rifugiati

Quando non si ha dove andare, allora nessun posto può chiamarsi casa”. Così recita la locandina del film “Human Flow”, film del 2017 co-prodotto e diretto dall’artista e attivista contemporaneo Ai Weiwei, che documenta la crisi migratoria e dei rifugiati a livello globale ed il suo profondo impatto umano. Il film si apre attraverso un’esperienza di viaggio personale verso l’isola greca di Lesbo nel 2015, dove l’autore assiste allo sbarco sulla costa di un gruppo di rifugiati che iniziano il loro difficile cammino per trovare rifugio in Europa. Weiwei, che ha dovuto fuggire dal suo paese di origine negli anni 60’, è stato profondamente toccato da questa esperienza diretta di lotta umana: “Ho capito che l’Europa stava rifiutando coloro che erano più vulnerabili e che più avevano bisogno di soccorso... evitando di assumersi qualsiasi responsabilità. La crisi dei rifugiati è diventata uno strumento politico sfruttato dai populisti e dai movimenti di destra in tutto il mondo, anche in Europa.”

Mezzo secolo dopo e nel mezzo di una pandemia globale, Lesbo diventa ancora una volta il simbolo di un’Europa che non è all’altezza di una tale sfida. L’immagine dei devastanti incendi che hanno colpito il campo profughi di Moria lo scorso settembre è un altro vergognoso capitolo del fallimento della politica europea in materia di migrazione: i valori della solidarietà e della responsabilità condivisa hanno lasciato il posto all’interesse dei singoli stati, ai rigurgiti nazionalisti ed all’isolazionismo. “Sappiamo che in tutta l’UE vi sono città e regioni disposte a fare di più per un effettivo ricollocamento dei richiedenti asilo, ed allora che cosa stiamo aspettando? I governi nazionali dovrebbero ascoltare le loro richieste e dimostrare che la solidarietà europea non è un qualcosa di astratto. Non si tratta solo di adempiere ad un obbligo morale, ma anche di rispettare i diritti fondamentali dell’individuo”, ha commentato  la vicepresidente dei Socialisti e Democratici sulla migrazione Kati Piri.

 

COVID-19: Quando non c’è un posto per rimanere a casa

Raramente l’impatto delle crisi sui migranti e sui rifugiati è stato così forte come negli ultimi mesi della pandemia Covid-19. In ragione della loro vulnerabilità, i migranti sono tra i gruppi più facilmente esposti al virus, in quanto vivono spesso in condizioni di sovraffollamento, dove i servizi di base quali l’accesso all’assistenza sanitaria, all’acqua, ai servizi igienico-sanitari e alla nutrizione sono difficilmente disponibili. Molti di loro lavorano nell’economia sommersa, non disponendo pertanto di un’adeguata protezione sociale ed avendo quindi una maggiore probabilità di perdere il lavoro. Anche la già precaria condizione delle donne è ulteriormente peggiorata, correndo queste maggiori rischi di esposizione alla violenza, agli abusi e allo sfruttamento di genere. In aggiunta, i migranti rischiano anche di essere stigmatizzati dai populisti come vettori del virus. Drammatico infine è stato l’impatto delle misure di confinamento e delle chiusure delle frontiere, bloccando migliaia di persone in un limbo: per queste persone infatti non c’è un luogo per restare a casa.

Ciononostante, i migranti sono stati essenziali per far fronte alla pandemia e per garantire il funzionamento delle nostre società, nel settore sanitario, nella produzione agricola, nella fornitura di beni essenziali o nella ricerca.

La crisi del Covid-19 “ci offre l’opportunità di ripensare la mobilità umana a vantaggio di tutti, promuovendo nel contempo il nostro impegno centrale dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile a non lasciare indietro nessuno”, ha sottolineato il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. In altre parole, questa crisi ci offre l’opportunità di ripensare i nostri valori e di cambiare la narrazione su noi stessi e nei confronti di chi siamo realmente debitori. Anche se gli aspetti più controversi della migrazione — vale a dire la questione della solidarietà tra gli Stati membri che accolgono i migranti e la distribuzione dei richiedenti asilo che arrivano sul territorio europeo — sono irrisolti da ben molto tempo prima dell’inizio della pandemia, ci si augura che la ritrovata solidarietà e coesione sociale imposta dall’emergenza COVID-19 possa estendersi anche in quest’ambito.

 

Città e regioni progressiste: spiegare le vele della solidarietà

La pandemia Covid-19 ci ha dimostrato in molti modi che la solidarietà è spesso messa in pratica nel migliore dei modi attraverso azioni concrete nelle nostre città e regioni. La migrazione non fa eccezione in questo caso. Sindaci e leader regionali progressisti provenienti dai quattro angoli del continente offrono esempi positivi di accoglienza e integrazione di migranti e rifugiati, promuovendo in tal modo la diversità come parte integrante della costruzione di città inclusive e di comunità accoglienti, dove nessuno è lasciato indietro.

Salvatore Martello, sindaco di Lampedusa e Linosa (Italia), e Mike Schubert, sindaco della città di Potsdam (Germania), sono due dei amministratori locali che cercano di spianare la strada ad una politica di migrazione e integrazione più umana sul campo. 

Con una popolazione di soli 6500 abitanti, Lampedusa rappresenta il primo punto di arrivo per i migranti che lasciano l’Africa settentrionale. Il centro di accoglienza dell’isola può ospitare 196 migranti, ma non è raro che in alcuni giorni possano sbarcare circa 1,000 o addirittura 1,500 persone. “I flussi migratori devono essere “gestiti”, non si può pensare di “fermarli”. La questione è come. Chiedo un forte impegno nei confronti dei territori di frontiera. Se vogliamo avere una società in cui gli esseri umani vivano in modo solidale, abbiamo bisogno di maggiore sostegno per le nostre comunità locali”, ha sottolineato il sindaco Martello intervenendo alla riunione del gruppo PSE di dicembre. 

 

 

Per ampliare la comprensione del complesso fenomeno della migrazione, che secondo Martello “è troppo spesso semplificato da una narrazione che riduce tutto al numero di sbarchi”, Lampedusa coordina anche il progetto europeo cofinanziato “Snapshots from the borders”, una rete che coinvolge circa 35 autorità locali di frontiera ed organizzazioni della società civile che affrontano direttamente i flussi migratori alle frontiere dell’UE. 

Più di 2 000 km a nord, Mike Schubert ha affrontato la sfida di una maggiore solidarietà da una prospettiva diversa. In qualità di co-promotore del movimento delle città tedesche “sichere Häfen” (“porti sicuri”), fondato nel 2018, il sindaco ha chiesto al governo nazionale di accogliere un numero maggiore di richiedenti asilo rispetto a quanto consentito dal sistema di quote stabilito dal governo centrale, anche dal campo profughi di Moria. Nell’ambito del sistema delle quote, Potsdam avrebbe ricevuto l’esigua cifra di tre rifugiati. Schubert si è offerto di ricevere circa cento persone. Richieste analoghe volte ad accogliere centinaia di migranti e rifugiati, fino a un massimo di 1,000 persone, sono state assunte in tutta la Germania. A novembre, il Senato di Berlino ha compiuto un ulteriore passo avanti, deferendo alla giustizia il ministro federale dell’Interno, che aveva vietato l’ammissione di altri rifugiati durante l’estate.

“La situazione nei campi migratori è disumana. In tutto il continente, le città hanno dimostrato di essere disposte a dar prova di maggiore solidarietà. I cittadini non parlano abbastanza delle opportunità offerte dall’integrazione, il che è un fondamentale equivoco della politica migratoria dell’UE”, ha sottolineato Schubert.

L’appello di Martello e Schubert è chiaro: Abbiamo urgentemente bisogno di un sistema europeo comune basato su condizioni di accoglienza umane, procedure eque, un’autentica solidarietà esercitata attraverso la condivisione delle responsabilità, partenariati su un piano di parità con i paesi terzi, canali legali per la migrazione ed una politica di integrazione efficace. È giunto il momento che l’UE dia risultati concreti.

 

Una nuova bussola europea? 

Lo scorso settembre, la Commissione europea ha finalmente presentato le sue tanto attese proposte per un nuovo patto per la migrazione e l’asilo. Il primo pilastro consiste in procedure più efficienti e più rapide per determinare se un individuo abbia diritto alla protezione internazionale. Il secondo pilastro si poggia su un’equa ripartizione della responsabilità e della solidarietà nella gestione dei flussi migratori, attraverso una serie di contributi di carattere flessibile da parte degli Stati membri, che possono andare dalla ricollocazione dei richiedenti asilo dal paese di primo ingresso, all’assunzione della responsabilità per il rimpatrio delle persone prive del diritto di soggiorno a varie forme di sostegno operativo. Uno dei pilastri fondamentali del patto è il piano d’azione sull’integrazione e l’inclusione per il periodo 2021-2027, che comprende un sostegno mirato ai migranti e ai cittadini dell’UE provenienti da un contesto migratorio per garantire pari opportunità nell’accesso all’istruzione, all’occupazione, ai servizi sanitari e all’alloggio.

Sebbene il nuovo patto rappresenti un primo ed importante passo in avanti, tuttavia diverse domande rimangono ancora prive di risposta. Dello stesso avviso è anche il gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo. “Con pochi paesi responsabili della maggior parte degli arrivi, lo status quo non è né equo né sostenibile. Tuttavia, le nuove proposte prevedono che la solidarietà tra Stati membri possa attivarsi soltanto in determinate circostanze. La solidarietà deve essere la regola, non l’eccezione. Il nuovo concetto di sponsorizzazione dei rimpatri rischia nel migliore dei casi di minare l’idea di un’autentica solidarietà europea e, nel peggiore dei casi, di tradurre le divisioni tra Stati membri in una politica migratoria all’interno della quale alcuni paesi assumono la loro giusta parte di responsabilità mentre altri preferiscono guardare altrove”, sottolinea Birgit Sippel, portavoce del gruppo S&D per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni.

La richiesta di un meccanismo di solidarietà obbligatorio è sottolineata anche in un recente appello rivolto da diversi paesi mediterranei in risposta alla ferma opposizione dei governi nazionalisti di destra facente parte del gruppo “Visegrad”, posizione che è anche stata ripresa dal Partito dei socialisti europei.

Dal punto di vista delle città e delle regioni progressiste, vi è anche una richiesta di maggiore ambizione. “I 5 anni di stallo tra gli Stati membri su un sistema comune di asilo e migrazione ha avuto costi umani inestimabili. Tuttavia, il nuovo patto non dovrebbe rappresentare un minimo comune denominatore. Abbiamo bisogno di un sistema efficace che rispetti i diritti umani e lo Stato di diritto. Un sistema di autentica solidarietà, attraverso una condivisione e responsabilità eque e proporzionali, che riconosca pienamente il ruolo degli enti locali e regionali in materia di migrazione, asilo e integrazione”, sottolinea il membro del gruppo PSE Antje Grotheer, vicepresidente del Parlamento della città di Brema (Germania), e relatrice del parere sul Patto per la Migrazione e l’Asilo del Comitato europeo delle regioni.

Questo è stato anche il suo messaggio principale rivolto a Ylva Johansson, commissaria europea per gli Affari interni, che ha discusso con i membri del Comitato europeo delle regioni, nella sessione plenaria di dicembre, del nuovo patto sulla migrazione e l’asilo.

L’effettiva integrazione e inclusione dei migranti nell’UE è un investimento sociale ed economico che rende le società europee più coese, resilienti e vitali. “Il nuovo piano d’azione sull’integrazione e l’inclusione è uno strumento utile a tale riguardo e può basarsi ampiamente sulle forme di cooperazione già esistenti. Tuttavia, se si vuole coprire tutte le fasi del processo di integrazione, il piano deve andare di pari passo con lo sviluppo di canali legali per l’immigrazione. Altri esempi come quello di Moria sono insostenibili, eticamente riprovevoli e vanno contro i nostri valori europei fondamentali”, ha concluso Grotheer.

Infine, la richiesta che il Patto riconosca il ruolo essenziale che gli enti locali e regionali svolgono nell’accoglienza e nell’integrazione dei migranti e nella messa a disposizione di fondi europei diretti per tali compiti trova inoltre riscontro nella risoluzione del Comitato europeo delle regioni sul programma di lavoro della Commissione europea per il 2021.

 

Siamo tutti sulla stessa barca

Dal momento che la Giornata internazionale dei migranti sarà celebrata il 18 dicembre, riallacciamoci alla testimonianza di Ai Weiwei su quanto osservato in prima persona a Lesbo. Dobbiamo fare in modo che gli slogan e le facili semplificazioni della destra populista non oscurino l’azione ed il lavoro dell’Europa. Al contrario, la nostra azione deve essere guidata dal valore fondativo della nostra comunità, ovvero la solidarietà: I richiedenti asilo e i migranti meritano una politica europea comune, umana, sostenibile ed equa in materia di migrazione e asilo.

Se la costruzione di società più sostenibili, resilienti e inclusive è l’obiettivo della nostra ripresa dopo il Covid-19, rendere l’Europa un porto sicuro per i migranti dovrebbe essere una delle nostre iniziative di punta. Le città e le regioni progressiste faranno del loro meglio per definire le priorità del dibattito sulla migrazione nei prossimi mesi e sono pronte ad inviare un messaggio forte alle istituzioni europee attraverso il parere di Antje Grotheer, che sarà adottato a marzo.

Allo stesso tempo, queste continueranno a promuovere nelle loro comunità una migliore comprensione della nostra responsabilità collettiva di rispettare i diritti umani fondamentali e il diritto dei migranti a ricevere un’adeguata protezione. Come ci ricorda giustamente Ai Weiwei, “La frontiera non si trova a Lesbo, ma bensì nella nostra mente”.

 

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Crediti fotografici: Unsplash / Alexis Fauvet 

 

 

 

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